26 ottobre 2009

La leggenda di Santa Maria in Aracoeli

La scalinata e la facciata delle Basilica di Santa Maria in Aracoeli
La scalinata delle Basilica di Santa Maria in Aracoeli
Oggi ci troviamo alla basilica di Santa Maria in Aracoeli (vedi foto), a fianco di Piazza del Campidoglio e sopra piazza Venezia, come al solito a caccia di curiosità e di leggende.
Innanzitutto, è noto che molte delle prime chiese cristiane siano nate sopra edifici preesistenti dedicati ad altri culti. Anche la nostra basilica probabilmente nasce sul luogo dove era il tempio di Giunone Moneta (cioè "Giunone Ammonitrice"). La prima curiosità è che su questa altura era anche localizzata la zecca dell'antica Roma, per cui la nostra parola italiana "moneta" deriva proprio da questo tempio di Giunone!
Ma altre parole sono legate a questo luogo: proprio qui veniva anche interpretato il volere degli Dei attraverso il volo e il canto degli uccelli, e i sacerdoti che effettuavano queste osservazioni erano chiamati "auguri"...da cui la nostra parola "augurio".

L'interno della Basilica di Santa Maria in Aracoeli
L'interno della Basilica di Santa Maria in Aracoeli
Ma torniamo nella nostra basilica (vedi foto): il dibattito su quale sia la chiesa più antica di Roma è aperto...forse S.Giovanni in Laterano? Beh...secondo la leggenda, l'altare originale della basilica di Santa Maria in Aracoeli è l'unico altare cristiano al mondo ad essere stato fondato addirittura prima della nascita di Cristo! Com'è possibile??
La Sibilla indica la Vergine all'Imperatore Ottaviano Augusto (Antoine Caron, 1580, Louvre, Parigi)
La Sibilla indica la Vergine all'Imperatore Ottaviano Augusto
La leggenda comincia narrando di come la Sibilla Tiburtina, consultata dall'imperatore Ottaviano Augusto, annunci che "dal cielo verrà un re di sembianze umane che regnerà per secoli e giudicherà il mondo". Successivamente l'imperatore, che si trovava nella sua camera, è testimone di un'apparizione: una vergine su un altare tiene in braccio un bambino e una voce annuncia che quello è l'altare del "Signore del Cielo". Ottaviano Augusto cade in ginocchio in adorazione (vedi dipinto di Antoine Caron, 1580, Louvre, Parigi).

Chiaramente le comunità cristiane, nel Medioevo, vollero interpretare "a posteriori" questa visione come un annuncio dell'avvento del Messia.
Secondo la leggenda Augusto rimase molto impressionato dalla visione, per cui fece dedicare, proprio nei pressi della sua camera, un altare a quel "Signore del Cielo" prossimo venturo. Per cui la parola "Ara Coeli", cioè "Altare del Cielo", deriverebbe da quest'altare presso la camera dell'imperatore, altare posto come primo nucleo della chiesa, edificata qualche secolo dopo.

La scritta sulla colonna della Basilica
La scritta sulla colonna della Basilica
Un altare cristiano e pre-cristiano, presso l'appartamento di Augusto...ma chi ci crede?? Beh....un piccolo "segno" di questa leggenda lo possiamo trovare ancora oggi: entriamo nella Basilica, ed esaminiamo la terza colonna della fila di sinistra. Su questa colonna, in alto, leggiamo un'antica incisione: "A cubiculo Augustorum" (vedi foto)... E sì, sono tutti d'accordo nel ritenere che questa colonna, che oggi sorregge la navata, esisteva da prima della chiesa, e originariamente sorreggeva l'appartamento dell'Imperatore!


La Basilica di Santa Maria in Ara Coeli è qui.

20 ottobre 2009

Il "Lacus Curtius" del Foro Romano

Il Foro Romano
Il Foro Romano
Bisogna sapere che la storia delle origini di Roma era in realtà un mistero avvolto nelle nebbie del tempo anche per coloro, come l'imperatore Augusto, che vivendo intorno all'anno zero sono già per noi considerati "antichi". Scorrendo gli scritti di Tito Livio, storico di quell'epoca, abbiamo quindi la strana sensazione di "indagare nelle indagini di un indagatore". Infatti questa leggenda è antichissima, in quanto era già tale al tempo del nostro storico latino.

La leggenda ha come scenario il Foro Romano (vedi foto sopra), un altro luogo memorabile e suggestivo di Roma, ma in tempi antecedenti alla stessa edificazione di ciò che adesso vediamo come antiche rovine.
Il ratto delle Sabine (Poussin, 1636, Louvre, Parigi)
Il ratto delle Sabine (Poussin, 1636, Louvre, Parigi)
La fondazione di Roma è infatti avvenuta da poco, stiamo nel 753 a.C., e il Foro Romano non è altro che una fumosa palude. Durante una delle battaglie fra romani e sabini, causate secondo la tradizione dal famoso "ratto" delle donne sabine (vedi dipinto), Mezio Curzio, un leggendario comandante dei sabini, rimane invischiato con il suo cavallo e precipita in un fosso melmoso. Il luogo dove cadde Mezio Curzio venne chiamato dagli antichi "Lacus Curtius" (il "lago di Curzio"). Tale fosso, successivamente alla bonifica dell'area, verrà riempito di terra e considerato sacro.

Siamo nel 393 a.C., e l'antico fosso dove cadde Mezio Curzio si riapre improvvisamente come una grossa voragine, probabilmente a causa di un fulmine. Tale evento fu interpretato come un segnale infausto degli dei, per cui furono consultati gli oracoli. Il responso fu chiaro: l'ira si sarebbe placata, e la voragine si sarebbe richiusa, solo gettando nella voragine ciò che Roma avesse di più prezioso.
Varie offerte furono gettate nel fosso, ma inutilmente.
I resti del 'Lacus Curtius' nel Foro Romano
I resti del 'Lacus Curtius' nel Foro Romano
Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani, aveva capito, lui solo, che era l'esercito ciò che Roma aveva di più prezioso. Per questo egli si armò di tutto punto, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L'ira degli dei si placò, ed il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
E così, nell'estremo sacrificio dell'eroe romano, possiamo intravedere una sorta di compensazione della caduta che il suo predecessore sabino, della stessa gens, aveva fatto secoli addietro.

Il rilievo in marmo raffigurante Curzio
Il rilievo in marmo raffigurante Curzio
Nella leggenda troviamo sicuramente la memoria arcaica dei sacrifici umani che venivano eseguiti in questi luoghi, in una sorta di pozzi sacri.
 Ma la cosa più interessante di questa antica leggenda è che il "Lacus Curtius" è stato trovato! Uscì fuori nel corso di scavi in una delle parti più antiche del Foro Romano (vedi foto sopra a sinistra), con tanto di antico rilievo marmoreo (vedi foto qui a destra), rilievo che ora, come me, siete in grado di comprendere appieno nel significato.

Il Lacus Curtius è qui.

15 ottobre 2009

La torre della Scimmia

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Oggi con "Roma Leggendaria" ci troviamo tra via dei Portoghesi e via dei Pianellari, a due passi da piazza Navona, come al solito sulle tracce di qualche storia antica e affascinante. In particolare, soffermiamo la nostra attenzione sulla torre che sorge in fondo alla via dei Portoghesi, la torre dei Frangipane (vedi foto) che, sebbene ora sia circondata da palazzi, sappiamo essere qui già da più di mille anni (!).
Questa torre è meglio conosciuta con il nome di "Torre della Scimmia". Ecco perchè.

La torre a via dei Portoghesi
La torre a via dei Portoghesi
La leggenda racconta che qualche secolo fa abitava qui una famiglia che, forse per seguire una moda frivola ed esotica dell'epoca, aveva scelto come animale domestico una simpatica scimmietta, di nome Hilda. Hilda era addomesticata, girava libera per casa, seguiva i componenti della famiglia e accorreva dal padrone al richiamo del suo fischio.

La famiglia aveva da pochi mesi un nuovo nato, che ovviamente raccoglieva le attenzioni di tutti, Hilda compresa, sebbene la scimmietta fosse tenuta a debita distanza. Ma come molti sapranno, le scimmie spesso hanno il vizio di imitare ciò che fanno i padroni, e da sempre anche Hilda desiderava imitare i gesti della madre del neonato nel cambiare le fasce al bambino, cosa ovviamente che non gli era mai stata consentita.

Un giorno accadde che in un momento di distrazione il neonato fosse lasciato provvisoriamente incustodito insieme alla suddetta scimmietta. Hilda, approfittando dell'occasione, imbracciò il bambino per divertirsi a fasciarlo; ma, evidentemente conscia che poteva venir disturbata dall'arrivo di qualcuno, pensò bene di uscire dalla finestra ed arrampicarsi su uno dei merli in cima alla torre, portando sempre con sè il neonato!

La statua della Madonna e il lume acceso sulla torre
La statua della Madonna e il lume acceso sulla torre
Non appena fu dato l'allarme, è facile immaginare la disperazione dei familiari alla vista del loro bambino in bilico sul ciglio della torre nelle mani della scimmia! In quel momento di ansia terribile, i genitori pregarono la Madonna giurando che, se avessero riavuto salvo il loro bambino, avrebbero per riconoscenza fatto erigere in quel punto della torre una Sua statua con a fianco un lume sempre acceso.

Come finì questa storia?
Beh, la leggenda narra che, con il solito fischio di richiamo, la scimmia posò il bambino sul torrione e corse dal padrone...e il bambino fu tratto in salvo. Ma questo epilogo lo potevate capire anche da soli, perchè la promessa è stato mantenuta, e infatti sopra la "Torre della Scimmia" di via dei Portoghesi c'è ancora oggi la statua della Madonna con a fianco un lume sempre acceso (vedi foto).

La torre della Scimmia è qui.

9 ottobre 2009

Via Mario De' Fiori

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Via Mario de' Fiori
Via Mario de' Fiori
Chi ama passeggiare per la zona di piazza di Spagna è probabile che conosca o sia passato spesso a "Via Mario de' Fiori", una delle prime traverse che si dipartono da via Condotti (vedi foto).
Nessuno presta particolare attenzione al nome di questa stradina, immaginando che evidentemente sia dedicata a qualche famoso signore della famiglia "De Fiori". Ma i toponimi delle strade di Roma, sopratutto nel centro storico, rivelano spesso qualche curiosità.

Bisogna dire infatti che nella seconda metà del 1600 in questa via abitava un certo Mario Nuzzi, un discreto pittore di origini abruzzesi, che però si era specializzato nel ritrarre un solo soggetto... Avete già capito di cosa stiamo parlando: i fiori!
Per cui i romani, da sempre di spirito sagace, non avendo evidentemente alcuna voglia di ricordarsi il cognome del pittore, preferirono affibbiargli un appellativo; il risultato quindi è che il pittore era per tutti conosciuto come il Mario "dei fiori".
Un quadro di Mario De' Fiori (Firenze, palazzo Pitti)
Un quadro di Mario De' Fiori (Firenze, palazzo Pitti)
Occorre dire che, sebbene i suoi quadri fossero di notevole arte (vedi foto), i colori che usava erano evidentemente di scarsa qualità, in quanto con il tempo molti di essi si ingrigivano o comunque la pittura in molti casi si rovinava completamente. Fin troppo facile allora comprendere la battuta che circolava a Roma: "li fiori dipinti da Mario se sò ammosciati come quelli veri"!

Per questo motivo che oggi i quadri che si "salvano" del nostro caro Mario non sono molti, e questo ha contribuito ad accrescerne il valore presso i collezionisti.

Via Mario de' Fiori è qui.

5 ottobre 2009

L'obelisco di Piazza San Pietro

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Intorno all’obelisco al centro di Piazza S.Pietro esiste un famoso aneddoto. Gli avvenimenti storici che ne fanno da contesto sono già di per sè straordinari, ma certamente non mancherà di affascinare il lettore l'aspetto leggendario che i cronisti hanno voluto tramandarci.

Piazza San Pietro vista dalla cupola
Piazza San Pietro vista dalla cupola
Il grandioso obelisco (vedi figura) che tutti oramai conoscono ornare il centro della famosa piazza ellittica proviene dall'antico Egitto ed ha più di 3200 anni. Fu fatto trasportare a Roma nel 37 d.C da una nave che, come ci racconta Plinio, fu fatta costruire appositamente, per poi posizionarlo nel circo di Caligola.

Passarono circa 1500 anni e chiaramente lo scenario intorno all'obelisco mutò radicalmente, ma esso, considerata pure la sua enorme mole (25 metri di altezza per 350 tonnellate di peso!) rimase dove Caligola lo fece originariamente porre, anche se oramai semisepolto dall'incuria e dal corso dei secoli.

Sin dal tempo del Papa Nicolò V (1450 circa) si voleva portare l’obelisco al centro della piazza, a circa 250 metri da dove era rimasto, ma le enormi difficoltà tecniche impedivano tale realizzazione. Solo dopo circa 150 anni, però, l’energico Papa Sisto V riuscì a portare a termine l’impresa. Tra i vari progetti presentati per lo spostamento del colosso, quello dell’architetto Domenico Fontana incontrò l’approvazione del Papa.

Disegni tecnici di Domenico Fontana sull'erezione dell'obelisco
Disegni tecnici di Domenico Fontana sull'erezione dell'obelisco
Il Fontana realizzò con la massima precisione il suo progetto: eresse una vasta e robusta impalcatura intorno al monolite, lungo una sorta di strada pensile, ed infine un "castello" attorno a quella che sarebbe stata la finale collocazione (vedi figura). Il tutto con un ardito sistema di argani e carrucole. L'operazione si rivelò delicata e molto complessa, e andò avanti da aprile a settembre 1586, con l'impiego simultaneo di 44 argani, 900 operai e 140 cavalli. Per dirigere i lavori di questa enorme quantità di lavoratori, il famoso architetto si era fatto erigere un'impalcatura e da essa dava gli ordini ai suoi collaboratori, ordini che venivano trasmessi a suon di trombe e di tamburi e con segnalazioni di bandiere.

Nella previsione delle difficoltà e dei pericoli dell’impresa, l’architetto aveva ottenuto che nel corso dei lavori piazza S.Pietro fosse completamente sbarrata, e che alla folla di curiosi fosse vietato di emettere qualsivoglia rumore e di pronunciare anche una sola parola. La pena di morte attendeva i contravventori. Racconta un cronista dell'epoca che per rendere più efficace lo strano editto fu innalzata nella piazza una forca, presidiata dal carnefice e dai suoi aiutanti.

Qui il racconto, finora storico, si mescola con la leggenda.
Si dice che il 10 settembre 1586 arrivò il momento finale, il più difficile, cioè il momento di issare l'obelisco sopra il basamento. Con un’azione divisa in 52 riprese si era riusciti a porlo verticalmente e a sollevarlo sulla base, quando ad un tratto gli operai si accorsero che, a causa dell’attrito, le corde minacciavano di rompersi. L’obelisco arrestò la sua ascesa. L’architetto, sgomento, non sapeva che fare. Fu allora che si levò l'urlo di un uomo tra folla, incurante dell'editto del papa: «Acqua alle corde!!!».
Era l'urlo di un capitano di nave, di nome Bresca che, data la sua lunga pratica con l’uso delle corde, sapeva che esse sotto l’azione dell’acqua si restringono resistendo meglio al cedimento. Grazie al suo consiglio l’obelisco potè essere raddrizzato completamente e l'opera fu compiuta.

Bresca, invece di essere ucciso, fu chiamato davanti a Sisto V ed invitato a chiedere una grazia. L'uomo, originario di Sanremo, domandò di avere il privilegio, per sè, per la sua famiglia e per i suoi discendenti, di fornire al Vaticano le palme per la cerimonia della domenica delle Palme. Il monopolio fu accordato.
I parmureli sanremesi durante la processione della Domenica delle Palme
I parmureli sanremesi durante la processione della Domenica delle Palme
Sarà anche una leggenda quella del capitano sanremese, ma è un fatto ormai assodato che il Vaticano tiene tuttora fede all'antico patto, per cui, ancora oggi, i discendenti del capitan Bresca sono i fornitori ufficiali delle tradizionali palme intrecciate (i cosiddetti “Parmureli”, vedi figura) per il Vaticano, ed è grazie al coraggio del loro progenitore che oggi tali discendenti godono di un discreto benessere!

A Sanremo, al capitano Bresca è stata dedicata una piazza nel centro del quartiere marinaro della città.

A Roma l'obelisco di piazza san Pietro è qui.