31 luglio 2013

Le gabbie del Campidoglio

La lupa capitolina (XIII sec., musei capitolini)
La lupa capitolina (XIII sec., musei capitolini)

La storia dell'uomo è da sempre costellata di simboli, di stemmi, di vessilli e, diremmo oggi, di "loghi soggetti a copyright", tanto che oggi per un'impresa hanno un valore commerciale notevole e rivendibile sul mercato.
Questo lo sapevano bene i nostri avi, e Roma, intesa come istituzione, ha da sempre avuto e sfruttato parecchi simboli, di vario tipo: la sigla S.P.Q.R., il drago, il grifo, il fascio littorio, il saluto con la mano tesa, il leone...
La gabbia della lupa
La gabbia della lupa

Ma i due emblemi forse più importanti, e sicuramente i più conosciuti per la nostra città, come tutti sanno, sono la lupa e l'aquila. Infiniti sono infatti in tutta la città i riferimenti a questi due animali, in ogni forma artistica, e un pò in tutte le epoche fino ad oggi: nei bassorilievi, negli affreschi, nelle sculture (vedi foto della lupa capitolina), nei fregi...

Ancora oggi persino le due (tifatissime) squadre di calcio della Capitale, la Roma e la Lazio, fanno riferimento a questi due simboli tradizionali. Tuttavia, a differenza di quanto avviene nel calcio, a questi due stemmi non corrispondeva una rivalità, ma una comunione di intenti: la lupa di Romolo e Remo, simbolo delle origini mitiche di Roma, rappresentava la centralità e l'autorità della città eterna, intesa come istituzione, mentre l'aquila, sacra insegna delle legioni romane, simboleggiava l'esercizio di tale autorità sul territorio.

La gabbia dell'aquila (dall'archivio Luce, 1957)
La gabbia dell'aquila (dall'archivio Luce, 1957)
Il fascino che il "simbolo" esercita sull'intelletto dell'uomo è diretto, ancestrale, molto più forte di quello che si potrebbe creare con l'ente che esso rappresenta e che vi si cela dietro. Sulla base di questo concetto si può comprendere bene come l'esercizio del potere abbia da sempre sfruttato a proprio uso e consumo i simboli per coinvolgere le masse. Un'esempio curioso e recente dello sfruttamento dei simboli della lupa e dell'aquila di Roma è l'argomento del post di oggi.

Nel 1871, con la breccia di Porta Pia, Roma è nominata capitale di un'Italia da pochi anni unificata. Ovviamente con questa nomina a capitale nasce la necessità, per le autorità, di stabilire il primato  simbolico di Roma sulle altre città italiane. A tal fine il consiglio comunale decide di emanare, fra le altre cose, una delibera alquanto stravagante: porre nel giardino del Campidoglio, in un'apposita gabbia, una lupa vivente, come emblema della città (vedi foto). Anni dopo si affianca alla gabbia della lupa una seconda gabbia, contenente un'aquila (vedi foto).

Area dove era collocata la gabbia della lupa
Area dove era collocata la gabbia della lupa
 Il popolo, per nulla dispiaciuto per le due bestiole solitarie e in gabbia, ne risulta invece inorgoglito e sente rinascere un sentimento di fierezza nei confronti della città e delle sue tradizioni: ancora una volta la potenza dei simboli funziona!

I due animali nel corso degli anni ovviamente si ammalano e muiono, e vengono via via sostituiti. La tradizione, tra piccoli spostamenti, sospensioni e riprese, dura circa 100 anni, fino verso il 1970.

La gabbia dell'aquila oggi
La gabbia dell'aquila oggi

La gabbia della lupa per lungo tempo è stata collocata nel giardino del Campidoglio, cioè sul lato sinistro per chi sale la scalinata, dove ora c'è effettivamente un'area squadrata abbastanza pianeggiante (vedi foto).

Mentre la gabbia dell'aquila che fine ha fatto?
C'è ancora, è abbandonata e non l'hanno mai dismessa! La potete scorgere, anche se c'è cresciuta la vegetazione sopra, procedendo dal Campidoglio per circa 50 metri su viale del Teatro di Marcello, sul lato sinistro della strada (vedi foto).

Come animale è molto longevo ma ho controllato, fidatevi: dell'aquila, dentro... neanche l'ombra!

La gabbia dell'aquila è qui.

2 commenti :

  1. "Ricominciò a passeggiare meditabondo. Cadeva ogni tanto sotto il suo sguardo qualcosa di simile a una gabbia che stava tra i rampicanti al di là della strada, contro un tratto di parete rocciosa del Campidoglio. Sopra pensiero com'era Michele finì con l'attraversare la strada per sincerarsi: si trattava effettivamente di un gabbione, che rinchiudeva - guarda - un'aquila viva, molto malandata. Volatile e scrittore, entrambi sorpresi, si guardarono negli occhi e rimasero così per un certo tempo, senza muoversi: 'Chi mai' pensava l'uomo 'ha avuto la cattiva idea di chiuderti qui dentro? Come non s'è reso conto che per conservare il suo valore emblematico un'aquila non deve essere in gabbia?'" Eugenio Corti: "Il cavallo rosso", Edizioni Ares, Milano, 1992, p. 1177

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  2. Grazie Franco, questo libro non lo conoscevo, ma a giudicare dalle recensioni che ho trovato su internet deve essere molto bello.
    Alessio

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